Ambiente

Disperdere la nostra acqua in profitti privati

Pubblicato il 8 Gennaio 2024, scritto da schierarsi

Di Luca Pontani

Nel luglio del 2010 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adotta la Risoluzione 64/92, che riconosce l’accesso ad un’acqua sicura e pulita come diritto umano ed esattamente indica “il diritto all’acqua potabile e sicura ed ai servizi igienici un diritto umano essenziale al pieno godimento della vita e di tutti i diritti umani”.

L’art. 822 del Codice Civile stabilisce che appartengono allo Stato e fanno parte del demanio pubblico il lido del mare, la spiaggia, le rade e i porti; i fiumi, i torrenti, i laghi e le altre acque definite pubbliche dalle leggi in materia”

Il 12 e 13 giugno 2011 26 milioni di italiani sancirono che sull’acqua non si sarebbe potuto più fare profitto e con quel ”SI” tracciato sulla scheda decisero di abrogare (parzialmente) una norma relativa alla tariffa dell’acqua che prevedeva “l’adeguata remunerazione del capitale investito”. Togliere quel passaggio comportava niente più margini, finanza speculativa o business, semmai un servizio efficiente a fronte di investimenti sulla rete tangibile, ad esempio per ridurre le perdite.

Venerdì 16 settembre 2022 il Consiglio dei Ministri ha approvato, tra gli altri provvedimenti, anche il decreto legislativo di riordino dei servizi pubblici locali, discendente dalla legge delega sulla concorrenza approvata all’inizio dell’agosto scorso. Va subito notato come un governo dimissionario (Draghi) che dovrebbe svolgere esclusivamente atti di ordinaria amministrazione scenda a gamba tesa su una materia così importante e delicata ad una settimana dal voto politico; nello specifico, poi, viene previsto sostanzialmente che la gestione dei servizi pubblici locali debba avvenire tutta attraverso soggetti di diritto privato secondo logiche di mercato, quindi è una chiara scelta di campo: privatizzazioni. Con il Ddl il governo realizza uno degli obiettivi annunciati nel PNRR aprendo alla concorrenza e al mercato di molti dei servizi pubblici: energia, rifiuti, servizi idrici, e trasporti pubblici. L’assurdo, se quanto detto finora non bastasse, è che i Comuni dovranno fornire alle autorità antitrust una motivazione per continuare a gestire il servizio dovendo per giunta dare una giustificazione per il mancato ricorso al mercato.

Il modello che si è affermato da circa un decennio in Italia e che sta continuando ad essere perseguito è quello delle Multiutility: società quotate in borsa, misto pubblico-private, il cui capitale è detenuto in parte dai Comuni, dagli enti locali ed il resto è in borsa.

Uno degli esempi emblematici è il caso di Acea, il cui capitale è detenuto dal Comune di Roma ma anche da soggetti privati come tra gli altri il “famoso” gruppo Caltagirone. Questo modello ha dimostrato di non essere assolutamente efficiente e virtuoso come si vorrebbe dimostrare: il dato sulle perdite della rete idrica a Roma nel lato “2” (quindi provincia di Roma) è simile a quella che è la media nazionale ovvero circa il 42%, che è un dato enorme che andrebbe ridotto solo con massicci investimenti ed è quindi insostenibile.

Le uniche gestioni che sono ritornate pubbliche sono quella di Napoli e da circa due anni Agrigento. La realtà di Napoli mostra come “ABC” Napoli (Acqua Bene Comune questo il nome della società di gestione servizi idrici) offra un’acqua di ottima qualità, a tariffe tra le più basse d’Italia fatturando oltre 120 milioni di euro all’anno con 500 dipendenti; inoltre negli ultimi dieci esercizi i bilanci si sono sempre chiusi con un utile di esercizio che è stato reinvestito in interventi di manutenzione straordinaria. Tra le principali società quotate in borsa ci sono Acea (Lazio, Umbria, Toscana, Campania e Molise), il Gruppo Hera (Marche, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Veneto), A2A in Lombardia, infine Iren in alcune province della Liguria, Emilia Romagna e Piemonte.

Nella mia esperienza personale, io abito in provincia di Pistoia, e sta prendendo forma una Multiutility che vede come principale azionista il comune di Firenze (37%) seguito da Prato (18.1%) Pistoia (5.54%) e Empoli (3.4%). Con queste percentuali di partecipazione è chiaro che se Firenze e Prato si accordano possono imporre la loro linea a tutti gli altri comuni della Toscana centrale. Questa Multiutility gestirà i servizi idrici, energetici e di smaltimento rifiuti e sarà ovviamente quotata in borsa.  Questi “carrozzoni” non sono altro che pure operazioni di mercato, ben sapendo che se dei privati investono il 49% del proprio capitale in una società, qualunque essa sia, è solo perché vogliono ottenere profitti. In queste realtà verranno creati consigli di amministrazione all’interno dei quali si vedranno spuntare i soliti “riciclati politici” non più in voga ma sempre all’interno del cerchio magico del potere che si ricorda che tengono anche loro famiglia.

Tutto questo provocherà un aumento dei costi vertiginoso (come già successo in moltissime realtà pubbliche – private) a scapito delle risorse impiegate nelle opere di manutenzione e a scapito di tariffe giustamente calmierate.

A Pistoia il Comitato referendario acqua bene pubblico ha iniziato a raccogliere le firme per poter effettuare un referendum consultivo tra i residenti del comune contro la quotazione in borsa della Multiutility; a Empoli è stato accolto il quesito referendario che richiede l’annullamento del progetto Multiutility. Questa diversa situazione si deve esclusivamente ai regolamenti comunali: a Pistoia si possono richiedere solo referendum consultivi e non abrogativi delle scelte effettuate dai consigli comunali.

Schierarsi vuole capire esattamente quale sia attualmente la situazione in tutta Italia, regione per regione, mappando la gestione della rete idrica. Verificare la composizione dei consigli di amministrazione delle società private o pubbliche – private comprendendone i compensi e la composizione. Dobbiamo sapere, infine, come è possibile proporre una battaglia comune in tutto il paese che ci permetta di andare in direzione “ostinata e contraria” a quanto sta accadendo, in barba alle scelte fatte dai cittadini, sui quali ovviamente poi ricadono le scelte tariffarie. Partecipa anche tu alla mappatura, contatta il coordinatore del GDL Ambiente e collaboriamo ad una strategia per evitare che la nostra acqua si disperga nei profitti dei privati.

Note bibliografiche: alcune informazioni sono state prese dal video di Giovanni Culmone e Madi Ferrucci, pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” online del 08/06/2023


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